Dieci parole per mandare in tilt i nostri prof (volume 2)

L’abbiamo rifatto: siamo stati nelle aule dell’Università di San Marino per ascoltare le espressioni più originali degli studenti, ecco cos'abbiamo trovato e cosa significa

Margot Q. stava lavorando al portatile. Era all’Università di San Marino, dove studia. A un certo punto ha iniziato a innervosirsi. Sulle dita che muoveva fra la tastiera e il touchpad, ha avvertito quel sottile brivido che precede il momento in cui sbotta. Doveva completare una particolare operazione. Quale, non importa: è il fatto che non ci riusciva, a interessarci. La frustrazione è cresciuta ancora, finché le è uscita dalla bocca. Sintetizzata in una parola: “Wesh!”

Fra gli altri studenti che popolavano l’aula, i più vicini si sono voltati verso di lei. Non hanno detto niente, ma dalle loro espressioni la domanda che si stavano ponendo era evidente: cosa significa wesh?

Margot Q. ha origini francesi: “Sono nata e cresciuta ad Avignone, dove c’è una forte componente araba. Molte delle parole che usiamo, specialmente fra giovani, ne sono conseguenza. Wesh lo mettiamo un po’ ovunque. Puoi dire: wesh, comment ça va? Oppure wesh checca**o se stai polemizzando su qualcosa, o semplicemente weeeesh. Dipende dal tono e dal contesto. Qui nella penisola, però, non la capisce nessuno. Così, resta una cosa mia. Personale. Per gli altri, a volte, è bizzarra e misteriosa”.

Tre anni fa il nostro magazine ha dedicato un articolo allo slang giovanile: siamo andati a caccia di storie nelle quali gli studenti hanno utilizzato, all’università e non solo, termini che per i loro docenti erano incomprensibili. 

L’abbiamo chiamato “Sette parole che farebbero tiltare i nostri prof”. E adesso siamo pronti con il volume 2, che va a estendere la ricerca. L’abbiamo fatta visitando le sedi di tutti i corsi di laurea: Ingegneria Gestionale, Ingegneria Civile, Costruzioni e Gestione del Territorio, Design, Comunicazione e Digital Media.

Partiamo proprio da Margot Q. Che ha dell’altro da raccontarci.

Zebi

“Un’altra parola che uso è Zebi. A essere sincera, non so esattamente cosa significhi. So che nasce come un insulto, ma io non la uso proprio così, per me è più simile alla parola ca**o in italiano, nei momenti in cui devo manifestare un dissenso. Quando litigo coi miei genitori, che questa parola non la conoscono, la dico”.

Amo

La storia di Lucia G.

“In una delle scorse estati ho fatto l’educatrice in un centro estivo di Rimini. La bambine erano parecchio influenzate da me e mi imitavano. Un giorno ho insegnato loro a dire amo quando si rivolgevano l’una all’altra, e anche ad altre ragazze. A un certo punto hanno iniziato a chiamare tutte le persone che incontravano amo. La cosa era divertente, almeno finché non è sfuggita di mano. Sull’onda dell’entusiasmo, erano andate in mania”.

“Ho iniziato a preoccuparmi, perché qualche genitore avrebbe potuto chiedere spiegazioni. Nella parola non c’è niente di male, ma non volevo problemi. Così ho spiegato alle bambine che l’unica amo ero io e avrebbero dovuto usarlo solo con me. Per fortuna ha funzionato. Io lo dico spesso. E quando mi riferisco al mio gruppo di amiche, dico ame”.

Ciotto

La pillola di Matilde N.

“Sarò breve. Qui all’università ho scoperto la parola ciotto. Viene usata per descrivere qualcosa di molto bello e inaspettato”.

Stirato

Voce a Filippo G.

“Un giorno dopo quattro ore filate di Geologia Applicata mi vedo con degli altri studenti per pranzo e li trovo messi peggio di me, esausti, morti, dilaniati”.

“Chiedo cos’è successo e mi rispondono che sono stirati perché la prof di Economia li ha tenuti più del dovuto. Lì per lì non capisco, perché io quel termine lo uso quando resto al verde, senza un soldo. Per loro invece significava qualcosa di simile a ci sentiamo come finiti sotto a un treno”.

Chill

Parla Lorenzo C.

“Quello che propongo è semplicemente un termine inglese, che però uso spesso. Quest’anno la mattina del primo giorno di lezione stavo camminando da solo da un parcheggio alla sede del mio corso di laurea, che dista più o meno quindici minuti, quando sono stato superato da un gruppo di ragazzi che procedeva a passo spedito, in evidente affanno. Ho subito capito: erano matricole preoccupate di arrivare tardi. Erano le 9.50. La frase mi è uscita dalla bocca da sola: Chill, tanto c’è il quarto d’ora accademico, prima delle 10:15 non si comincia”.

“Nessuno si è girato verso di me, ma hanno tutti rallentato il passo. Insomma, mi hanno sentito. Ma non mi hanno voluto dare soddisfazione. Quando dici chill è per consigliare a qualcuno di rilassarsi”.

Shippato e cringiato

La serata di Guido L.

“Una sera ero al Bounty, un ristorante/pub sul lungomare di Rimini coi camerieri vestiti da pirati. Ho incontrato, per puro caso, una compagna del mio stesso corso. Ci siamo scattati una foto insieme e lì per lì non ho dato molto peso alla faccenda”.

“Il giorno dopo, quando sono arrivato in università, mi sono sentito dire una cosa che mi ha spiazzato: ehi Guido, ti hanno shippato ieri sera al Bounty!”

Shippato? E che significa? Ho temuto che mi avessero portato via il portafogli. Poi, aiutato da Google, ho capito. Si usa quando si vedono due persone insieme e si pensa che stiano bene”.

“La collega aveva pubblicato la foto sui social e gli altri l’avevano vista. Mi è capitato di restare perplesso anche quando ho sentito per la prima volta il termine cringiato, che significa imbarazzato. Mi ha salvato, anche in quel caso, il motore di ricerca”.

Droppare

Gli ascolti di Alessio D. B.

“Un giorno stavo parlando con un prof e alcuni colleghi dell’uscita dell’ultimo album dei Maroon 5 e ho detto: devo ancora ascoltarlo tutto, da quando l’hanno droppato non ci sono ancora riuscito’”.

“Il prof è rimasto un po’ stranito. Non conosceva il significato di droppare. Così l’ho aggiornato. È stato buffo, perché per un attimo è stato come se i nostri ruoli si fossero invertiti. Ero io a insegnare qualcosa a lui”.

“Uso spesso droppare. È entrato nel mio vocabolario. Si usa per dire che un artista o una band hanno rilasciato un nuovo disco”.

“Un’altra volta, mentre ero a lezione, ho chiesto un lapis al mio vicino di banco. Lui mi ha guardato come se fossi stato un marziano: cos’è un lapis? Io sono di Siena e da me è una parola che si usa. È di origine abbastanza datata. Indica la matita. In realtà non era solo il termine a stupirlo. Anche il fatto che prendo appunti su dei fogli di carta, e non su un device elettronico, mi rende diverso”.

Smarmellato

L’esperienza di Kevin S.

“Un giorno ricevo un messaggio vocale da un compagno di corso di Fano che ogni mattina parte con l’auto per venire all’università e la sera rientra a casa, facendosi un’ora abbondante di viaggio a tratta. Nel bel mezzo dell’audio il discorso si interrompe e lui inizia a urlare: sto smarmellato, sto smarmellato!”

“Aveva fatto un incidente. Era stato colpito da un’altra macchina proprio mentre stava registrando il vocale. Non ho mai capito perché in quella situazione gli sia uscita dalla bocca quell’espressione. Ma era esilarante. Da quel giorno nel nostro gruppo ha preso piede. Ci chiamiamo gli smarmellati. Prima dicevo: esci a fumare fra? Oppure: esci a fumare bro? Adesso invece dico: esci a fumare smarmellato?

“L’amico, comunque, per fortuna nell’incidente non si è fatto niente. Ci ha solo regalato questa perla”.

 

Interviste di Davide Mignani e Francesco Serafini
Servizio fotografico di Francesco Serafini
Foto d’apertura di Marcus Quigmire