Chi si crede Gesù, chi un sovversivo, chi ha bisogno di una bussola e chi di un ricordo affettuoso: cinque studenti ci spiegano chi sono raccontando cosa portano sulla pelle
Farsi un tatuaggio può essere una faccenda complicata.
Uno, devi essere convinto. Due, devi trovare il tatuatore giusto (o almeno dovresti). Tre, la tua famiglia potrebbe non prenderla bene e rispondere con ritorsioni, ripicche morali e cose di questo genere.
La lista è ancora lunga, ma io mi fermo qui. Il resto lo diranno le persone che ho intervistato all’Università di San Marino, dove studio anche io. Ognuna con le sue ragioni. Le sue fisse. Le sue convinzioni.
Ho inserito nella discussione anche un addetto ai lavori, Mattia, che da 14 anni ha uno studio a Rimini e può aiutarci per capire meglio cosa succede in un mondo nel quale si trova a dover ricoprire, a volte in maniera sorprendente, diversi ruoli. Lo psicologo, per esempio. Il confessore. La voce della ragione.
Troverete i suoi interventi fra un’intervista e l’altra. Partiremo dagli studenti.
Sull’avambraccio
Alberto viene da Fano.
Ha 24 anni.
“Quando ho fatto il primo tatuaggio, a 18 anni, mia mamma mi ha inseguito per casa con l’acqua santa. Aveva cercato il significato su Google e si era spaventata. Si trattava, e si tratta ancora, della parola Memento, che porto sull’avambraccio sinistro con lo stesso font della locandina del film di Christopher Nolan.
“Ho cinque tatuaggi e quello che mi rappresenta di più è il Jolly Roger, lo stemma della bandiera pirata di Luffy, il protagonista di One Piece, uno dei miei manga preferiti. È un teschio pirata con un cappello di paglia”.
“L’ho fatto da ubriaco insieme a due amici. Rappresenta la libertà di espressione e il coraggio di andare contro uno Stato che non ti rappresenta”.
“Eravamo in vacanza a Valencia. Camminando per strada abbiamo notato uno studio aperto di sera, avevamo bevuto un po’ e costava solo 20 Euro. Non è stato per niente professionale, perché ha usato lo stesso ago per tutti e tre. Ce ne siamo accorti alla fine, però. Più che un vero studio, era una macelleria”.
“I miei tatuaggi sono tutti diversi, piccoli e posizionati dove non si vedono troppo. Semplici, niente di esuberante”.
“Sono un modo per tornare indietro nel tempo. Ognuno racconta una storia. Ecco perché mi sono tatuato Memento”.
La pillola di Mattia #1
“L’anno scorso, d’estate, una signora di 85 anni si è fatta tatuare due piccole api. Era un soggetto molto particolare, devo dire, con un suo stile, sempre vestita di giallo da capo a piedi. Era la prima volta per lei. È tornata anche per un secondo tatuaggio”.
Sul fianco
Piero viene dalla provincia di Palermo.
Ha 25 anni.
“Quando ho fatto il primo, mia nonna non mi ha parlato per un mese. Per lei è roba da carcerati”.
“Ho sei tatuaggi e il più speciale è un cerotto con delle note su un pentagramma, nella parte centrale. È la musica che mi guarisce”.
“Il mio preferito lo porto sul fianco. Il Vegvísir è una bussola runica della mitologia norrena. Sulle navi, i vichinghi la usavano come talismano per non perdere la rotta. L’ho fatto in un periodo nel quale mi sentivo un po’ smarrito”.
“Ne ho altri. Per esempio, una pecora nera che viene risucchiata da un ufo. A me piacciono i tatuaggi minimali e stilizzati, quasi come schizzi. Li ho disegnati tutti io”.
“Un tatuaggio è una tappa che hai incontrato nella vita. Quando lo guardi ti ricordi il momento in cui l’hai fatto e soprattutto il motivo”.
La pillola di Mattia #2
“Le interazioni più interessanti le ho con chi viene qui con un significato forte. Alcuni cercano di ricordare una persona cara che non c’è più. In questi casi, e anche altri, alla base c’è qualcosa di intenso e drammatico. Un lutto appunto, oppure un dispiacere. Altri scelgono simboli di fortuna: c’è chi cerca un aiuto, nella vita. Poi ci sono quelli delle vacanze, che si fanno fare una mappa del mondo e i puntini in ogni meta. Anche la religione ha il suo appeal. Arrivano qui che hanno 30 anni e ti chiedono di fargli la Madonna. Gli chiedi il perché. La risposta: perché ci credo”.
Sul braccio
Elena viene da Venezia.
Ha 23 anni.
“Ne ho uno solo. Una linea continua che raffigura le sagome di due volti femminili: una dà un bacio all’altra, sulla fronte”.
“L’ho fatto sul braccio sinistro, il lato del cuore. Mi ricorda le mia nonne”.
“I loro baci sulla fronte erano di una purezza rara. Ho letto che è il gesto più genuino che una persona possa donare. La tenerezza, l’amore assoluto. Incarnavano questo sentimento. Lo voglio portare per sempre con me. Sulla pelle”.
“La tecnica della linea continua rappresenta la vita: avanza e si imbatte in curve e cambi di direzione. Sono le difficoltà che incontriamo durante le nostre esistenze”.
“Tatuarsi è come chiudere una ferita aperta. Secondo mia mamma è stupido pensarlo. Per me invece è il tentativo di sanare una cicatrice emotiva. È una forma di conforto”.
“Lei è sempre stata contraria. Infatti a 18 anni ho aspettato, nonostante volessi farlo. Meglio evitare inutili scontri e farle digerire piano piano l’idea. In realtà questo periodo mi è servito: appena maggiorenne avrei scelto qualcosa di diverso e probabilmente mi sarei pentita. Di questo invece sono sicura”.
“In futuro forse me ne farò uno con il titolo di Gravità di Frah Quintale, un brano che ha il potere di cambiarmi d’umore. Magari abbinato a un elemento stilizzato in ricordo degli anni universitari a San Marino, tipo un francobollo con le tre torri”.
La pillola di Mattia #3
“A volte mi sento nella posizione di dover sconsigliare un tatuaggio. Succede in particolare con chi chiede il nome della compagna, o del compagno, il marito, la sposa, quel che è. Sai, può succedere di tutto nella vita. Ci si ama e ci si lascia. Di recente è capitato anche a un mio amico di 20 anni, che si voleva tatuare il nome della sua tipa sulla mano. Mmmmmh”.
Sotto l’ascella
Giovanni viene da Gorizia.
Ha 24 anni.
“Al momento ho cinque tatuaggi. Sotto l’ascella una finestra in un paesaggio sperduto, costruita con fili, cavi e legnetti, come se fosse fatta con materiali di recupero. È di Ettore Sottsass, designer, architetto, fotografo e scrittore pazzesco al quale sono molto affezionato. Negli ultimi tre anni ho letto tutti i suoi libri. Dopo l’ultimo, mi sono fatto questo tatuaggio per chiudere un capitolo”.
“Sopra il ginocchio sinistro ho una spirale che diventa sempre più complessa man mano che procede verso il centro. Dal mezzo poi partono dei vettori che vanno verso l’esterno. È una sorta di schema visivo che riflette le situazioni in cui ci si trova nella vita”.
“Una volta un amico mi ha detto che sembrava un simbolo fascista, tipo una croce celtica. Non l’ho presa bene, mi sono indispettito parecchio, non c’entra niente! A volte i tatuaggi suscitano reazioni strane e inaspettate”.
“Alcuni, ho scoperto, sono perfetti per iniziare una conversazione. Sul bicipite destro per esempio ho la scritta “Comfortably Numb”, dal brano dei Pink Floyd. Il pezzo esplora alienazione e distacco emotivo. È stato il mio primo tatuaggio, fatto a 20 anni. Credo che rappresenti il mio desiderio di staccarmi dal dolore di un lutto che mi ha portato a non avere una figura di riferimento”.
“Quando una persona, che magari non conosci, vede che hai addosso qualcosa di legato a un libro, un’idea, una canzone, e attacca bottone, è fantastico”.
“Con un tatuaggio voglio imprimere una memoria su me stesso. Diventano dei post-it con i concetti più importanti. Difficilmente mi tatuo in modo istintivo: ragiono sul disegno per un anno e solo dopo, se sono convinto, procedo”.
“Credo che pentirmi di un pezzo tatuato equivarrebbe a pentirmi del mio passato. Ciò che hai vissuto fa parte del percorso che ti ha formato, e i tatuaggi diventano parte del processo”.
“La famiglia? Nel mio caso nessun problema. Erano d’accordo”.
La pillola di Mattia #4
“Spesso devo rimediare ai pasticci di altri tatuatori. Sai, la gente a volte cerca di risparmiare. Oppure si secca di dover aspettare a causa delle lunghe liste d’attesa. Sistemare le cose, cioé coprire, però è difficilissimo. Altrimenti c’è il laser. Ma è costoso, tipo 450 Euro a seduta. Per mandare via una cosa anche piccola, su un dito, ci vogliono tre o quattro sessioni. Conviene scegliere bene sia il tatuaggio che il tatuatore, prima di procedere. Altrimenti, è meglio non farlo”.
Sul polpaccio
Andrea viene da Rimini.
Ha 25 anni.
“Mi sono fatto infilare un dito nella carne. Proprio come Gesù”.
“Sul petto ho un tatuaggio ispirato a un’opera di Caravaggio, L’incredulità di San Tommaso. È legato al primo progetto che ho esposto nella mia vita, allo Spazio Tondelli di Riccione. È successo quando frequentavo le scuole superiori”.
“Da un cerchio esce la mano di San Tommaso, con l’indice che si infila direttamente nella mia carne. Nell’originale entra in quella di Cristo”.
“Non condivido il fatto di tatuarsi solo per fare i fighi. È una cosa che devi sentire, una scelta che caratterizzerà il tuo aspetto per tutta la vita. Io di qualche tatuaggio mi sono pentito”.
“Una volta ne ho fatto uno a casa di una persona, non in uno studio. Nella sua camera da letto. L’esperienza non è stata granché. La macchinetta non era del tutto professionale ed è stato più doloroso di quanto pensassi. Nei giorni a seguire mi è venuto uno sfogo e mi sono preoccupato”.
“In totale ne ho sette. Il più brutto è anche quello che mi rappresenta di più. Ce l’ho sul polpaccio. È L’urlo di Edvard Munch stampato su una boccetta di fiori di Bach. Lo collego a un periodo nel quale ho sofferto di attacchi di panico e ansia”.
“Lo stile è un po’ schizzato, ci sono solo linee di contorno. Un po’ dark: le scritte riprendono la tipografia dei film horror, thriller, splatter”.
“Ci vedo l’incertezza dell’uomo, l’angoscia, il timore di vivere in una società che sotto certi aspetti non ti appartiene”.
“I miei genitori lo sanno: per me ha un certo significato. Ma a loro fa tutto cagare”.
Foto e interviste di Francesco Serafini