Il mio Erasmus in Germania fra yoga, lezioni, imprevisti e introspezioni

Un semestre di studio all’estero può riservare sorprese di tutti i tipi: per Federica affrontarle ha significato scoprire se stessa e decidere di cambiare

Appena arrivata a Stoccarda, dopo undici ore d’auto filate iniziate a Forlì, Federica s’è trovata di fronte a qualcosa di inatteso.

Il dormitorio nel quale avrebbe dovuto vivere per i successivi sei mesi non era come se l’era immaginato. Tra i tetti a punta delle piccole villette del quartiere, quella forma cubica, spigolosa e grigia si faceva decisamente notare. Così massiccia, imponente e fuori contesto, sembrava essere atterrata lì per sbaglio.

Raggiunto l’ingresso, poi, una nuova sorpresa: dentro aveva l’aspetto di un ospedale, freddo e asettico. Anche l’uomo alla reception era di quelli difficili da dimenticare. In lui c’era un certo contrasto: al volto austero e granitico, da generale militare, si abbinava un abbigliamento trasandato, su tutto le ciabatte ai piedi e un paio di calzini che imploravano pietà, cioè un passaggio in lavatrice.

Speak English? Manco per sogno. In qualche modo Federica è riuscita a farsi consegnare le chiavi della stanza, la 334. Nei corridoi un forte odore di curry e paprika: 328, 330, 332. Eccoci qua.

Insieme a lei, nelle vesti di accompagnatrice e sostenitrice morale, c’era sua madre. Che, aperta la porta, ha sintetizzato così la situazione: “Se vuoi torniamo a casa”.

Ma vuoi buttare via tutto così? Dopo lo sforzo del viaggio, la fatica per riempire i moduli, candidarsi al bando Erasmus, fare i colloqui. L’avventura non poteva finire prima di essere iniziata.

Certo, l’appartamento sembrava gridare scappa finché sei in tempo! Sulle superfici delle aree comuni c’era una patina appiccicosa che in Romagna, da dove viene Federica, chiamano taccone. Il forno: incrostassimo. Le padelle: unte. Fra le posate qualche insetto morto, in frigo uno yogurt dall’etichetta ormai illeggibile. I bagni, poi: lasciamo perdere.

Che fare, dunque? Restare o andare?

La risposta ce la dà direttamente lei. Federica Zonta, 24 anni, iscritta al corso di laurea magistrale in Interaction & Experience Design dell’Università di San Marino, appena arrivata in Germania per l’Erasmus. A Stoccarda non ha ricevuto il migliore dei benvenuti. Ma almeno un aspetto positivo c’era: con un avvio del genere, le cose potevano solo migliorare.

Allora, come hai affrontato l’emergenza igienica?

Ho contattato lo staff del dormitorio e mi sono lamentata. Penso di essere stata efficace, perché è arrivata subito una delta force del pulito: due uomini in tuta da lavoro, armati fino ai denti con prodotti chimici d’ogni tipo. Dal tono dei loro scambi verbali, in tedesco, penso che abbiano concordato sul fatto che la situazione era terribile. Per risolverla hanno usato le maniere forti, prendendo la casa a secchiate d’acqua mista a sapone, lanciate sul pavimento e le pareti. Poi hanno dato il mocio dappertutto. Hanno staccato le tende del bagno e cambiato persino il fondo della doccia.

 

L’appartamento da sporco è così diventato pulito: era anche comodo?

In alcuni aspetti sì, in altri no. Ci vivevamo in quattro, avevo una camera singola e questo era un bel comfort. I bagni, due, erano però piccolissimi. Non c’era nemmeno lo spazio per appoggiare le proprie cose, tipo spazzolino e dentifricio. È stato come vivere in un hotel: quando andavi in bagno ti dovevi portare il beauty-case e una volta finito riportavi tutto in camera. Uno dei due bagni, oltre ad essere minuscolo, era quasi inutilizzabile: al posto del classico water c’era un orinatoio, con tanto di pulsante a stantuffo per tirare giù lo scarico. La doccia era senza soffione. Era come lavarsi con una gomma da giardino. 

Casa a parte, qual è stata l’attività extra universitaria a cui ti sei dedicata di più durante l’Erasmus?

Ho iniziato a fare yoga e mi ha svoltato la vita. Essendo una persona molto ansiosa, ho trovato un modo per rilassarmi. Sono entrata in contatto con questa pratica nella palestra che frequentavo. Poi, passando del tempo con le ragazze indiane che studiavano nella mia stessa università, responsabili fra l’altro del forte odore di curry e paprika che si sentiva nei corridoi del dormitorio, mi sono fatta spiegare meglio alcune posizioni e così via. Per loro lo yoga è come la ginnastica che facciamo noi alle scuole superiori. Per me è diventata una routine. Lo pratico ancora, anche se meno, perché in Italia ho meno tempo libero.

A Stoccarda quale corso di studi hai frequentato?

Ero alla Hochschule für Technik (HFT), un’università con una visione molto innovativa sul fronte del Design e dell’Architettura.

 

Che situazione hai trovato?

C’è una focus moderno e trasversale sull’interior design, molto simile a ciò che succede a San Marino, ma con due particolare specializzazioni: una nella ricerca e nell’applicazione di tecnologie digitali innovative, come visori e realtà aumentata, l’altra nella sperimentazione con materiali organici.

Per esempio, ho seguito un corso di prodotto nel quale abbiamo utilizzato la canapa, con stampe in 3D. In università ci sono a disposizione stampanti enormi che puoi usare quando vuoi. Studiando come modellare quel materiale, abbiamo pure realizzato una lampada.

L’esame che ti è piaciuto di più?

Ha un nome particolare, City Walk. Il corso trattava della serendipity, il concetto di saper apprezzare ciò che si ha intorno. Giravamo per la città, schizzavamo l’architettura e il contesto su un taccuino e poi ragionavamo col docente. Ancora adesso, quando ho un po’ di tempo per me, tiro fuori il quaderno e mi metto a disegnare. Le immagini mi rimangono dentro molto più delle parole. 

All’università com’erano spazi e organizzazione?

C’erano cucine, microonde e posti fatti apposta per rilassarsi e condividere alcuni momenti con gli altri studenti. Negli orari c’é molta autonomia: la struttura è aperta fino a mezzanotte e ti gestisci un po’ come ti pare. Avevamo tre o quattro giorni di lezione a settimana.

Qualcosa ti ha spiazzato?

I professori forse, un po’ freddi e distaccati. Nulla di paragonabile al rapporto quasi familiare che abbiamo a San Marino. Le relazioni sono diverse anche fra studenti: i miei colleghi avevano già quasi tutti un lavoro part-time avviato come designer e vivevano da soli, con uno stile di vita e ritmi diversi a quelli a cui sono abituata.

Anche la lingua è stata un ostacolo: a Stoccarda sono molto patriottici, molti non sanno l’inglese e se provi a parlarlo ti rispondono in tedesco. Mi sono salvata con Google traduttore. Anche in cose come fare la spesa.

Affrontare le sfide che hai descritto ti ha cambiata?

Direi di sì. Se penso al mio Erasmus, la prima parola che mi viene in mente è indipendenza. Mi sono sentita molto libera. Ero da sola, non mi conosceva nessuno e potevo fare quello che mi pareva, dedicandomi ai miei interessi personali. Il luogo che porto nel cuore, e che ora ho come sfondo del computer, è una biblioteca enorme che ha sede nel centro della città, bellissima, con un bar all’interno. Ci andavo ogni mattina, a volte per prendermi da mangiare, altre per distrarmi, oppure stare un po’ per conto mio.

Ho visitato parchi e gallerie d’arte apprezzando la solitudine. Prima ne avevo paura. Ho capito come stare bene con me stessa e ho scoperto il piacere di fare cose come andare a fare colazione da sola la domenica mattina, prendermi i miei tempi, fare i miei giri.

In Italia non mi è possibile. Sono sempre con qualcuno. I miei genitori, le amiche.

Con quale stato d’animo eri partita?

Avevo una paura matta di non farcela, di non essere all’altezza, di non riuscire ad affrontare i progetti in inglese, di non integrarmi e non piacere agli altri.

Attraverso questa esperienza ho capito che posso affrontare di tutto, senza limiti. Ci ho guadagnato in autostima e sicurezza. Questa consapevolezza ora me la porto dentro: vado per la mia strada, sono autonoma, non dipendo più dal giudizio o dal pensiero altrui.

Prima cosa ti pesava?

Cercavo di assecondare gli altri. Forse l’Erasmus mi ha resa un po’ più stronza, ma mi ha aiutata a capire cosa voglio e pensare di più a ciò che mi fa stare bene. È un esercizio quotidiano. Mi dà coraggio. Anche nelle relazioni.

Prima, per esempio, forzavo la socializzazione con gli altri studenti facendo sempre il primo passo, per paura di non farmi conoscere. Ora lascio che le cose vengano da sé, in modo più naturale.

Ho imparato a stare serena anche nelle situazioni che prima avrei vissuto con disagio. Se mi trovavo nella cucina nel dormitorio con qualcuno e nessuno dei due aveva voglia di parlare, semplicemente non si parlava. Prima avrei avviato una conversazione a tutti i costi, con l’idea di mettere l’altra persona a proprio agio.

 

A livello personale ti sei portata a casa tanto: e a livello accademico?

È andata bene anche sotto questo aspetto, perché ho avuto l’idea giusta per la mia tesi di laurea magistrale. Ma non te la dico. Ci sto lavorando proprio in questi giorni. È un segreto.

 

Testo e ritratti di Francesco Serafini
Foto d’archivio di Federica Zonta