L’improbabile incontro fra un libro e uno studente ci porta nelle percezioni, negli stili e nelle giornate di un iscritto all’Università di San Marino: si riflette su vanità, genitori, fatti altrui e tanto altro
Sto viaggiando da Bologna verso Rimini su un regionale. Intendo un treno, di quelli che fanno praticamente tutte le fermate e ci mettono mezza vita, ma costano meno. Di fronte ho due ragazze che parlano inglese. Urlano, anzi. E quando ridono, alzano ulteriormente i decibel. Le guardo e accenno un sorriso complice. Che altro dovrei fare?
Fra le mani ho un romanzo. Un certo romanzo. Un romanzo che devo leggere perché è l’impegno che mi sono preso per questo articolo. Quindici minuti al giorno per venti giorni. L’ultimo libro l’ho letto un anno fa e non mi è piaciuto. Quello precedente, beh era il 2020. È passato un po’ di tempo.
Una delle due ragazze studia a Copenaghen, se la scritta sulla sua borsa in tela non mi tradisce. Nel complesso la trovo bella. Tipicamente nord europea: slanciata, bionda, occhi verdi. Le singole parti del corpo, prese separatamente, hanno qualcosa di grottesco però. La faccia a forma di goccia, larga sopra e stretta sotto. Il mento pronunciato. I denti sono disallineati. Le orecchie a sventola e asimmetriche. Poi le mani, magre e ossute.
La sua armonia è nella somma delle parti.
La compagna di viaggio è abbastanza standard. Ha i capelli castani, occhi scuri, una camicia a quadri che mi ricorda le tipiche turiste statunitensi, hurrà gli stereotipi. Jeans attillati col risvoltino in fondo, sneakers bianche. La voce è squillante, d’ora in poi la chiamerò “Americana Urlona”. Parla del posto in cui lavora, quindi non è una turista standard, almeno credo. Si tratta di un ristorante – pizzeria nei pressi di Cesena con un invasione di scarafaggi in larga scala.
Mi scappa la pipì ma il treno è pieno e se mi alzo temo di perdere il posto. Di fianco a me, oltre il corridoio, un ragazzo albino e cieco, dallo spiccato accento romano, parla del senso della vita con una donna di almeno dieci anni più grande di lui, appena conosciuta.
Ma perché noto questi dettagli? Perché li racconto così?
Ah già. È lui. Il romanzo. Quindici minuti al giorno per 20 giorni. Oggi è il quinto giorno. Ma partiamo dall’inizio.
Day 1
Ho appena finito di leggere il primo capitolo. Un quarto d’ora non è bastato e sono andato oltre. Ventidue pagine in quaranta minuti.
Mi sento abbastanza stanco, fisicamente e mentalmente. Forse è l’ora: ho iniziato a mezzanotte e dopo una lunga giornata all’Università di San Marino, dove studio.
I temi, che mi aspetto di ritrovare anche nel resto del libro e probabilmente saranno centrali per tutta la storia, sono la violenza di genere e sessuale, la sessualità, il rapporto con il proprio corpo e con quello degli altri, lo stile di vita nei college americani degli anni 80 e 90. Mi aspetto che più avanti nel libro a una delle protagoniste succeda qualcosa di spiacevole.
Ho provato un senso di disgusto per il comportamento viscido e violento dei due ragazzi che piombano senza permesso nel dormitorio delle ragazze. Si intrufolano come volpi, utilizzando la forza fisica per bloccarle. Questa sensazione mi ha spinto a continuare nella lettura. Volevo sapere come si sarebbe evoluta la situazione.
Mi piace come le ragazze risultino a parole più volgari dei ragazzi, che utilizzano invece un linguaggio più alto, contrapposto ai loro intenti.
Day 2
Dopo la scorpacciata di ieri, non ho letto.
Day 3
Questa cosa di leggere e poi scrivere mi fa sorridere e sentire uno scrittore. Oggi però non avevo tanta voglia. Ho letto per 15 minuti e con la mente altrove. Non vedo l’ora di mettermi a spataccare su Ableton, un programma per creare musica elettronica che ci hanno mostrato oggi all’università.
Il secondo capitolo è corto: una persona racconta a un’altra persona la storia di un ragazzo che ha un complesso di narcisismo particolare. Ora che ci penso ho dato per scontato che fosse un uomo a raccontare la storia e una donna ad ascoltarla, mi sono sento un po’ maschilista. Controllo: bene, l’autore lo esplicita. Coscienza a posto.
I protagonisti parlano di due diverse forme di vanità. Mi riconosco in quella di chi è vanitoso ma cerca di non darlo a vedere. Ci ho riflettuto. Cerco di nascondere questo tratto dietro un’ autoironia che a volte trovo finta. È un’arma di difesa. Forse per convincere me stesso di non rimanere ferito da critiche o prese in giro. E non mostrare a chi mi sta vicino i veri lati del mio carattere.
Sento che attraverso questo leggi – scrivi mi sto analizzando più del previsto. Un po’ mi piace e mi libera. Un po’ mi spaventa.
Day 4
Oggi ho letto per circa 30 minuti sotto l’effetto di due birre da 66. Nonostante avessi parecchi pensieri per la testa, sono riuscito a immergermi nel libro con curiosità. Mi piace come lo scrittore continua a inserire micro descrizioni tra un dialogo e l’altro per immergerti nel racconto, per farti percepire sensazioni, odori, temperature, emozioni.
Però non riesco a capire dove mi vuole portare con i temi e la trama. La storia sta prendendo una piega misteriosa e inaspettata.
Day 5
Sono su un regionale, da Riccione verso Bologna. Sono quasi le due del pomeriggio e ho una certa fame: nel mio zaino ci sono sei piccoli panini farciti fatti da mia madre, rimanenze di un aperitivo che ha organizzato ieri sera con degli amici.
L’ambiente mi distrae. Sento le voci di quelli nei sedili dietro e non riesco a ignorarle. Credo si tratti di una coppia di giovani sui 16 anni. Sembrano preoccupati: lui sta facendo una staffetta di chiamate tra la propria madre e quella di un amico, che non è presente. La ragazza chiede spesso: “Allora? Allora? Che succede? Tutto bene Kevin?”
Come ieri, il libro mi sta spiazzando. Sembra che l’autore voglia far navigare il lettore in un costante stato di confusione e incertezza, forse per trasmettere lo stesso disagio che vivono i protagonisti della storia.
La coppia adesso sembra tranquilla. Non ho capito cos’è successo e non mi sembra il caso di alzarmi per chiederlo. Resterò col dubbio. E voi con me.
Day 6
Sto tornando da Bologna. È la parte che ho introdotto all’inizio di questo articolo, lassù in alto. L’Americana Urlona e l’amica nord europea se la ridono, l’albino cieco romano parla dell’esistenza con una semi sconosciuta e a me scappa la pipì. Chiedo alla ragazza di fianco a me, italiana, di tenere d’occhio il mio zaino. Ascolta la musica con le cuffie. Sembra una tranquilla.
Mi dirigo verso la testa del treno, ma c’é un muro di gente, non si passa. Cambio direzione e scopro che i vagoni più in là sono meno popolati, tranquilli. Che strano. Trovato una toilette libera. Sicuramente non pulita, ma libera.
Ma parliamo del libro. Non so che pensare, mi sono ritrovato davanti alla conversazione di un politico e per il terzo giorno di fila mi sento perso. Siamo passati da una ragazzina che subisce delle molestie verbali a sfondo sessuale a un dialogo sul narcisismo tossico, poi siamo tornati alla ragazzina che ora è adulta alla quale è sparita la bisnonna in circostanze inspiegabili e misteriose, per poi atterrare in un consesso di politici decisi a creare un deserto senza curarsi del benessere dei cittadini, delle loro volontà e delle possibili conseguenze. Che ca**o sta succedendo?
Mi sento perso ma molto incuriosito.
Day 7
Ho la febbre. Riprendo alcuni spunti di ieri, quando ero sul treno.
Il mio spirito d’osservazione e il modo in cui mi esprimo sono molto influenzati dal libro. È come se nel momento in cui mi ritrovo a leggere, mi si attivasse una specie di capacità descrittiva che altrimenti non avrei. Anche se può sembrare strano, leggere mi fa concentrare su ciò che mi circonda e quando scrivo, dopo la lettura, emerge proprio il contesto che mi circondava quando avevo gli occhi sulle pagine.
Per quanto riguarda la trama, mi rendo conto che l’autore per tessere la sua tela la prende in maniera originale, giocando a farti sentire confuso. Poi, improvvisamente, ti offre una chiave per collegare elementi fino a quel momento incomprensibili, e te la da quasi per caso, facendolo sembrare quasi un errore, lasciando per esempio che uno dei personaggi, nel bel mezzo di un monologo, si lasci trapelare qualche informazione. A quel punto tutto assume un senso.
Questo modo di scrivere ti costringere a stare attento, a ricordare, a tenere a mente dei dettagli che all’inizio possono sembrare insignificanti e inutili per la storia. Inutili ma che allo stesso tempo ti fanno immaginare, ti fanno immedesimare, ti fanno chiedere: di chi stiamo parlando? Chi sta parlando? È un nuovo personaggio? Lo conosco già? Lo conoscerò? È legato alla storia della bisnonna scomparsa? Alla vita privata della protagonista? Forse sono proprio queste domande a farti ricordare elementi che forse, con un altro tipo di scrittura, avrei dimenticato più facilmente.
Day 8
Non ho letto.
Day 9
Sono a pezzi, un po’ per gli strascichi della febbre, ma soprattutto perché ho scoperto di non essere stato preso per l’Erasmus. La cosa che mi fa più arrabbiare è che non sono stato preso per colpa mia. Cioé, gli ultimi posti se li sono presi due studenti che hanno partecipato all’ultimo ed erano con l’acqua alla gola. Indovinate un po’ chi li ha aiutati? Proprio io. E adesso mi trovo fuori. Escluso. Fregato.
Non riesco a pensare ad altro. Oggi ho letto distrattamente.
Nel libro emerge il senso di impotenza della protagonista, la sua incapacità nel focalizzare la volontà. Ne deriva un malessere che mi sento di condividere. Oggi mi sento proprio impotente. Impotente davanti alla decisione di un commissione che non conosco, che non capisco. Perché sono arrivato così indietro nella graduatoria? Perché? Il mio futuro cambia. I miei sogni, le mie speranze. Ci rendiamo conto? Mi sento abbattuto.
Day 10
Non ho letto.
Day 11
Niente.
Day 12
Nulla.
Day 13
Zero.
Day 14
Kaput.
Day 15
Torno a leggere dopo un periodo così. Oggi per la prima volta l’ho fatto senza lampade o faretti, con la luce naturale. Ero in aula, all’università, durante la pausa pranzo. Attorno a me c’era un gran baccano, vagavo fra le righe senza davvero cogliere il significato delle parole. Il capitolo non aiuta, è l’ennesima sfida alla quale mi sottopone l’autore.
Sarebbe normale chiedersi perché non sono uscito: in giardino avrei potuto proseguire immerso nella quiete. Il fatto è che tra poco abbiamo la revisione di un progetto e ho fretta.
Oggi prendere il libro in mano mi ha veramente pesato. Avevo altro da fare, altri pensieri, e mi ha pesato ancora di più essermi trovato davanti a un muro di parole di cui non mi interessava nulla.
Day 16
Oggi ho letto alla scrivania di camera mia, la sedia Ikea è particolarmente scomoda e mi spinge a posizioni a dir poco innaturali, schiena completamente inarcata, ingobbita, mento premuto sullo sterno per guardare in basso, libro sulle gambe, non sulla scrivania, perché mi fa male un polso a causa di una sessione esagerata di arrampicata che risale a due settimane fa, senza riscaldamento. A breve avrò il torcicollo.
Però leggere è stato molto piacevole, ho finito la seconda metà del capitolo iniziato ieri e mi è piaciuta. Parla del complesso rapporto tra padre e figlio. Fantastico spesso su cosa si provi a essere dall’altra parte, a vedere una piccola creatura, la tua piccola creatura, che passa dall’essere un bellissimo dono, un’estensione della tua persona, una tua creazione, a qualcosa che non ti appartiene più, ha una sua vita, e sue idee, alla quale magari non vai neppure a genio, con cui non hai chissà quale rapporto o che addirittura potresti finire con l’odiare.
Fra me e mio padre le cose sono difficili, oddio non vorrei esagerare, non ci detestiamo, ma non è neppure rose e fiori. Siamo in una situazione di calma piatta, spesso non sappiamo di cosa parlare, non abbiamo un gran rapporto, mi sento quasi come se gli fossi estraneo. Mi chiedo come lui vive il nostro rapporto, se si pente di qualcosa, se qualcosa di me non gli piace ma non lo dice, se avrebbe voluto che fossi diverso o gli vado bene così, se non gli interessa, non so. Mi chiedo come sarei da padre, a volte mi rendo conto di assomigliarli e mi spaventa.
Day 17
Oggi ho letto in pieno sole, senza occhiali scuri. Ho dovuto tenere gli occhi socchiusi perché la luce era fastidiosa. La posa, o espressione, o quello che è, per lasciare una piccolissima fessura tra le palpebre, abbastanza larga da permettermi di vedere, è stancante. So già che stasera avrò mal di testa. Succede sempre quando sono costretto ad arricciare il viso così.
Mi fa riflettere su quanto la vita di città, gli smartphone, i social e la sedentarietà mi abbiano reso inadatto alla vita nella natura. Se per un po’ di sole negli occhi mi viene il mal di testa, cosa farei se mi ritrovassi in un foresta, o in una savana? Morirei dopo qualche giorno.
Oggi ho letto per 23 minuti. Come tematiche ho trovato l’obesità, la cura del corpo, Ying e Yang, la solitudine, il sentirsi vuoti. C’è una persona che si ingozza di cibo perché vuole ingrassare e allargarsi così tanto da riempire anche lo spazio dedicato agli altri. È la manifestazione fisica di un’ossessione emotiva, che viene resa in maniera grottesca. Interessante.
Day 18
Mi trovo a Bologna per un evento in un piccolo auditorium nel parco della Montagnola. La struttura è formata da due edifici circolari collegati da una tettoia di circa dieci metri. Quello più piccolo fa da sala riunioni, l’altro è per le conferenze. Tutt’attorno corrono grossi finestroni che permettono a chi è dentro di vedere il parco, e a quelli che sono nel parco di guardare dentro, come se fosse un grande terrario.
Oggi qui è davvero come un terrario, siamo tante formiche laboriose, una cinquantina di persone indaffarate, agitate, c’è tensione, lavoro da fare. Stiamo partecipando a un hackathon e non è rimasto tanto tempo per presentare il progetto. Mi sono preso 15 minuti di pausa e ho letto fumando seduto su una sedia sotto al portico. È la performance di lettura più scarsa, da quando ho iniziato questa esperienza. Forse la più scarsa della mia vita: appena tre pagine in quindici minuti. Sono deluso.
Il problema è che ho la testa occupata dall’hackathon e ogni 30 secondi penso a cosa devo fare. Il capitolo non mi ha preso e ha aumentato la mia incazzatura, dovuta ai membri del gruppo di cui faccio parte, che mi sembrano allo sbaraglio.
Day 19
Mi ero sbagliato, il capitolo iniziato ieri cambia presto registro ed è quello che mi sta piacendo di più. Sembra la sceneggiatura di una serie tv.
Oggi leggere mi è piaciuto, mi sono davvero sentito un buon lettore, magari lento, ma un buon lettore, complice il fatto che ieri avevo fatto schifo. Il contesto ha aiutato: nessuna grossa distrazione, stato d’animo tranquillo, mi sono concentrato bene. L’unico problema è che non ho tante idee su cosa scrivere adesso. È strano: se il capitolo non mi piace, tendenzialmente scrivo di più perché mi suscita più idee e spunti.
Mi accorgo che i pensieri che ho scritto in questi giorni non sono scaturiti dal libro in sé, ma dall’ambiente che mi circondava, che ho filtrato come se avessi cercato di emulare il punto di vista dell’autore, la sua sensibilità nei confronti del mondo.
Day 20
Il settimo capitolo è finito e confermo: mi è proprio piaciuto. Per la prima volta mi immergo davvero nella storia, provo delle emozioni, emozioni forti.
Viene raccontata una storia tristissima, mi ha quasi fatto piangere. Ho sentito un peso sul petto, un’ansia provocata da un crescendo inarrestabile di negatività, scaturita dalla somma dei comportamenti tossici della coppia del racconto e dall’irrisolvibile situazione in cui si trovano.
Rispetto all’inizio di questo leggi – scrivi mi sento molto migliorato come lettore, ma peggiorato come scrittore. Vorrei emulare l’autore, ma mi sento limitato. Dire che è peggiorata la scrittura forse è sbagliato, semplicemente mi sto rendendo conto, grazie alla lettura, che a scrivere sono un bidone.
Dalla scrivania il gattino portafortuna in plastica blu, con zampa ciondolante, di quelli che si trovano nei ristoranti cinesi tra il cestino dei biscotti della fortuna e il registratore di cassa, scruta nei miei pensieri. S’è accorto che lo sto guardando.
Lo guardo perché non so più cosa scrivere.
Articolo di Francesco Serafini
Il romanzo, scelto dalla redazione, è La scopa del sistema di David Foster Wallace