Dove saremo fra 10 anni, con quale lavoro e perché

Abbiamo incontrato alcuni studenti dei corsi di laurea in Design e Comunicazione e Digital Media: con loro, all’Università di San Marino, abbiamo parlato di futuro fra valori, paure, affetti, tempo libero, sogni e tanto altro

Se chiudo gli occhi e mi proietto nel futuro, dove spero di trovarmi fra dieci anni, mi trovo a Napoli. Vivo in un appartamento nascosto dentro uno di quei meravigliosi palazzi barocchi del Rione Sanità, con un terrazzo pieno di piante ed erbe aromatiche.

Vedo un gatto che dorme su una libreria gigante, stracolma di volumi. Sento nell’aria il profumo della pasta, patate e provola che sto preparando con il mio compagno. Cornutone degli Squallor suona a tutto volume e noi cantiamo a squarciagola.  Ho appena finito di impaginare l’ultimo progetto per la casa editrice per cui lavoro e mi sento in equilibrio: ho il tempo e le energie giuste per me, la terapia, lo yoga, il cinema.

Nell’ultimo anno ho guadagnato circa 1.800 Euro al mese e non mi manca niente. L’auto non mi serve, mi sposto in metro o con i taxi di quartiere, a tariffa agevolata. Le coccole che mi concedo sono le unghie fatte, le cene con gli amici e le sedute dalla psicologa. Non una vita sfarzosa, magari. Ma sicuramente sana.

È ciò che spero. Ma forse la realtà sarà diversa. Niente indipendenza, costretta a tornare a casa dei miei a Cattolica, piegata di nuovo a servire in cucina o in sala per sopravvivere. Mi farebbe sentire in trappola. Non realizzata.

Pensare al domani, che impresa! Bello e scomodo allo stesso tempo. Per farlo occorre saper bilanciare sogni e sano realismo, tenendo a bada il pessimismo. Sapete cosa significa? Che è quasi impossibile. Proprio come predire il futuro.

Queste riflessioni servono, però. Perché le scelte che facciamo, le direzioni che prendiamo, derivano anche da questo. Da ciò che vorremmo essere. E anche avere. Da ciò che sarà possibile oppure no.

Mossa da questo slancio, ho interpellato alcuni colleghi dell’Università di San Marino per scoprire dove si vedono fra dieci anni, nel 2036. Quando gli studi saranno probabilmente alle spalle e la vita da adulti, se così la vogliamo chiamare, sarà iniziata. Più o meno.

Ecco dunque sei voci che ho raccolto fra i corsi di laurea in Design e Comunicazione e Digital Media, due dei quattro indirizzi principali.

Vicino o lontano?

Andrea Petroni, 23 anni, di Sarsina
Città: Parigi, ma forse Viserba o San Marino
Al mese: 1.300 Euro
Figli: forse due
Lavoro: dipendente, animazione 3D
Priorità: professione
Terrore: morte

Descriverò tre opzioni, una buona, una mega e l’ultima forse realistica.

Nello scenario ideale non vivrò più in Italia, ma a Parigi. È una realtà che mi attira perché fonde molte culture, c’è varietà. Mi trasmette l’impressione di un ambiente aperto, accogliente. Per me la priorità non sarà comunque vivere in una città o in un’altra. Ma fare un mestiere che amo.

Vorrei lavorare in un’azienda di animazione 3D, tipo la Fortiche. Hai presente quelli di Arcane, su Netflix? Ecco, uno studio che fa corti e lungometraggi del genere. Sarei disposto anche a scartare opportunità che mi farebbero guadagnare più soldi, pur di fare un lavoro che mi piace. E a sacrificare il tempo libero.

Punto a incamerare minimo sui 1.300 Euro mese. O meglio, il corrispettivo del potere d’acquisto di questa cifra a Parigi. Sotto, sopravvivere sarebbe una sfida. Ma se ci fossero possibilità di crescita, almeno all’inizio, potrei decidere di buttarmi.

So che questa eventualità avrebbe dei rischi, però. Se mi dovessi mettere a completa disposizione di un’azienda che poi chiude, oppure non cresce come si aspetta? Resterei fregato. È una delle mie paure.

Ad ogni modo, punto a guadagnare una cifra che mi permetterà di avere un’auto modesta con una decina d’anni abbondante sulle spalle, fare qualche vacanza restando in Europa. Un appartamento che mi rispecchia, pieno di roba accatastata, quasi da studente fuorisede, nel quale vivo con la mia partner e un gatto.

C’è poi un’altra possibilità nella mia testa. Quella di fare il botto e guadagnare qualcosa come 5-6.000 Euro al mese. Mi stabilirei in Italia, in un paesino come Viserba oppure proprio qui a San Marino, che sono vie di mezzo perché tranquille ma vicine a dove c’è tutto. In quel caso potrei esagerare con i viaggi. Inizierei col Giappone.

Figli? Il pensiero è un bel mattone. Al momento se il contesto lo permetterà direi di sì, uno o due, ma è un punto interrogativo. In quel caso sarei sposato e in comunione dei beni.

Chiudo con lo scenario peggiore: sono morto. Non sono religioso e non credo in nulla, quindi l’idea di arrivare allo zero, al buio totale, mi spaventa molto. Un gradino sopra, nelle cose che preferirei evitare, c’è il ritrovarmi a 33 anni ancora a casa dei miei, senza una partner, senza lavoro e con una crisi esistenziale che mi ha fatto tagliare i ponti con tutti.

Alla fine, tirando le somme, se vivrò in Romagna o a San Marino, in affitto e da solo, facendo un lavoro che mi piace senza guadagnare chissà quali cifre, non sarà comunque una tragedia. Anzi. Potrebbe andare proprio così.

 

Le mie radici

Chiara Li Causi, 23 anni, di Agrigento
Città: Agrigento o Palermo
Al mese: 2.000 Euro
Figli: ancora no
Lavoro: dipendente, scenografa nel cinema
Priorità: sicurezza e stabilità
Terrore: accontentarsi

L’ho capito proprio facendo l’università: vorrò essere serena. Sia nel luogo in cui mi troverò che nel fare quello che farò. Non punto quindi ad andare a lavorare dall’altra parte del mondo, in un posto prestigioso. Punto a una situazione che mi piace e non mi stressa.

Ho visto mio padre lavorare dalla mattina alla sera, tornando a casa anche all’una e mezza di notte, stanco morto dopo giornate infinite. Io quella mancanza l’ho percepita e mi sono promessa che non farò quella fine. Si lavora per vivere, non si vive per lavorare.

Mi piacerebbe essere tornata nella mia terra, in Sicilia e per la precisione ad Agrigento, dove ritroverei la mia famiglia e le mie radici. Il lavoro potrebbe però dirottarmi a Palermo. Sarebbe comunque un buon compromesso, perché vicino.

Mi piacerebbe lavorare nel cinema, sulla parte relativa alla scenografia, realizzando gli ambienti in cui si svolgono i film, scegliendo arredi, decorazioni, oggetti e così via.

Guai alla partita iva: vorrei lavorare come dipendente in uno studio o un’azienda. Significherebbe sicurezza e stabilità. La precarietà mi genererebbe frustrazione.

Voglio del tempo libero per la mia famiglia, per i miei obiettivi e per le persone a cui voglio bene. Economicamente potrei stare bene con 2.000 Euro al mese. Quanto basta per stare serena e togliermi qualche sfizio. Ad Agrigento avere una casa di proprietà, tipo una villetta con il giardino in un quartiere tranquillo anche se non esclusivo, è fattibile senza svenarsi.

Se poi vogliamo volare con la fantasia, e arrivassero soldi a palate, mi comprerei una villa al mare. Me l’immagino sempre ad Agrigento, una struttura accogliente che diventerebbe il contenitore per la mia passione, collezionare i mobili e gli oggetti di design che sto studiando in questi anni.

Sul fronte degli affetti, mi vedo con un partner fisso, convivente, perché mi piace l’idea di costruire una vita insieme. Per i figli sarà ancora presto, magari ne riparliamo tra quindici o vent’anni. Forse solo uno, per dedicargli tutta la mia attenzione ed energia. Viviamo in un mondo difficile e la vedo come una responsabilità enorme. Spesso i genitori fanno piombare i loro problemi sui figli: ecco, questo lo vorrei evitare.

La mia paura più grande, dopo aver investito diversi anni nello studio, è dovermi accontentare di un lavoro qualsiasi solo per sopravvivere. Sentirmi sprecata mi farebbe proprio girare il cazzo.

Un bassotto al guinzaglio

Francesco Serafini, 25 anni, di Riccione
Città: Tokyo o Riccione
Al mese: 2.000 Euro
Figli: sì, uno
Lavoro: in proprio, progettazione di mostre ed esposizioni
Priorità: vita sentimentale
Terrore: problemi di salute

Le possibilità sono principalmente due. Potrei essere rimasto in questa zona e vivere in un appartamento ai piani alti di un palazzo con tanta luce e soprattutto un parquet. È un elemento imprescindibile, sono disposto a costruirmelo da solo con gli stuzzicadenti. Oppure sono scappato a Tokyo, in una zona quieta e periferica della metropoli. Potrei comprare una casa abbandonata, mezza distrutta, e impiegare un anno per rifarla da solo. Se accadrà, sarà perché sto cercando la pace interiore. Se là avrò successo, potrei poi pensare di tornare. A volte ho la sensazione di dover scappare, per capire il valore del posto nel quale sono cresciuto.

Non mi vedo a lavorare per una realtà che spacca e lavora per la Apple. Vorrei essere in proprio, magari con un mio piccolo studio che mi dà la flessibilità e i margini per organizzarmi come meglio credo. Mi piacerebbe progettare mostre ed esposizioni, sia come art director che esecutore.

Se sarò in Italia, spero di guadagnare 2.000 Euro al mese. Spendere soldi in un’auto non mi interessa, nei viaggi invece sì. In Asia.

Non sarò sposato, ma convivente. Avere una situazione sentimentale stabile è una priorità, la metto al primo posto. Avremo un bassotto e magari un figlio. Lo vorrei crescere lontano da tablet e device elettronici, facendogli apprezzare la natura, la montagna, pratiche come il disegno, per stimolare la sua creatività.

La paura più grande riguarda la salute: scoprire di avere una malattia particolare, avere un ictus o un infarto, che ti cambiano la vita all’improvviso.

In generale, in ogni caso, sarò disposto a sbattermi. L’ho capito proprio qui all’università. A un certo punto stavo per mollare e alcuni professori mi hanno fatto capire che per raggiungere dei traguardi occorre lottare. Ho così preso in mano la situazione e mi sono responsabilizzato. È questa la mia strada.

Un porto sicuro

Giovanni Godina, 23 anni, di Trieste
Città: Trieste
Al mese: 2.500 – 3.000 Euro
Figli: forse due
Lavoro: in proprio, grafica e fotografia
Priorità: benessere mentale e fisico
Terrore: fare un lavoro d’ufficio

Fra dieci anni sarò probabilmente rientrato nella mia città, Trieste, dopo aver vissuto in realtà come Copenaghen o Berlino, dove gli stimoli sono tanti, ci sono mostre ed eventi, uno stile di vita che sento mio.

Vedo Trieste come un porto sicuro, protetto da una società che percepisco come caotica. Opterei per una casetta fuori dal centro, immersa nel verde, con vista sul mare. Un giardino nel quale organizzare le feste con gli amici, nel garage un van camperizzato, un Volkswagen verde pisello pronto a partire. È la mia idea di libertà.

Vivrò con la mia compagna attuale, che vedo come direttrice artistica nel mondo del lusso e della moda. Studia proprio per questo. Potremmo esserci sposati in Comune e avere due figli, ma dipenderà anche da lei. Mi permetterebbero di allargare le mie prospettive emotive e non solo. Sarei costretto a smettere di pensare solo a me, a dedicare la mia vita a un’altra persona. I nonni non saranno vicini, quindi servirà una tata per darci una mano.

Vorrei lavorare per conto mio, in uno studio ibrido di fotografia e grafica. L’imperativo sarà spaziare: un giorno un progetto per un brand di sport, quello dopo l’allestimento di un museo. L’ambito culturale mi interessa parecchio, mentre eviterei quello industriale, medico e scientifico. L’incubo è essere incasellato in un ruolo rigido, o ancora peggio fare un lavoro d’ufficio ripetitivo in qualche agenzia di comunicazione dove l’alienazione è la norma.

Mi piacerebbe guadagnare fra i 2.500 e i 3.000 Euro al mese, sacrificando se serve le entrate per avere più tempo per me: il benessere mentale e fisico viene prima del conto in banca.

Curerò il mio corpo: andando in bici, facendo yoga. Mentalmente continuerò il mio percorso psicologico per gestire le emozioni e non farmi prendere dal panico o dallo stress di questa società, che vuole tutto iper veloce. Continuerò sicuramente a fotografare, anche se non farà parte del mio mestiere: è una pratica terapeutica per me, e anche di ricerca personale.

Pensando al futuro mi sento confuso ma ottimista: tutto cambia a una velocità assurda, ma le mie aspettative non sono irrealizzabili.

Anima e corpo

Giulia Festi, 23 anni, di San Giovanni in Persiceto
Città: in Spagna sul mare
Al mese: 1.500 Euro
Figli: sì
Lavoro: dipendente in un’azienda di abbigliamento
Priorità: amore
Terrore: rimanere sola e/o tornare a vivere coi genitori

Il lavoro mi coinvolgerà parecchio, perché mi piace dedicarmi anima e corpo a ciò che faccio. Il sogno professionale è diventare direttrice creativa, o meglio ancora, proprietaria di un brand tutto mio, preferibilmente nel settore dell’abbigliamento. Fuori dagli schemi, folle e controintuitivo, capace di lanciare un grido a livello sociale e politico, per innescare un cambiamento positivo.

Prima però dovrò fare esperienza in aziende già strutturate. Probabilmente tra dieci anni sarò ancora in quella fase. Economicamente all’inizio potrei accettare attorno ai 1.500 Euro, che dovrebbero crescere verso i 1.800 – 2.000.

Con queste cifre realisticamente non potrò permettermi una casa di proprietà, quindi mi vedo in affitto e in una situazione ancora provvisoria. Guiderò la Fiat Panda che mi hanno regalato i miei genitori, sperando che funzioni ancora.

Se potessi scegliere vorrei vivere vicino al mare, con il quale mi sento connessa fin da bambina. All’estero, magari in Spagna. Sicuramente in un clima mite, il freddo non mi piace.

L’amore è la mia priorità. Avrò un compagno e magari un bambino. Prima di diventare mamma vorrei però aver raggiunto una stabilità mentale ed economica, per offrire il meglio a mio figlio. Da mamma non mi prenderei una pausa dal lavoro, né chiederei al mio compagno di farlo. L’idea è avere una tata o un’équipe di supporto.

Questa tensione tra sogno e realtà non mi mette a mio agio. Prima di iscrivermi all’università ho lavorato e capito che detesto gli ambienti statici, dove c’è poco dialogo e dove vige la regola del “si è sempre fatto così”. Mi distrugge. Sono iscritta a Bologna e in questo momento sono a San Marino per uno scambio: qui l’ambiente mi ha riaccesa, è giovane e ispirato.

Lo scenario peggiore è non realizzarmi, rimanere sola o dover tornare a vivere coi miei. Sarebbe un fallimento, un’occasione mancata per esprimere chi sono.

Di certo, vorrei continuare a fare volontariato: mi lascia fisicamente stremata ma umanamente appagata. Spero di non abbandonare mai questa parte di me.

Realistica cautela

Sara Macchi, 22 anni, di Prato
Città: Copenaghen
Al mese: 2.500 – 3.000 Euro
Figli: due, adottati
Lavoro: in proprio, nel settore food and wine
Priorità: famiglia
Terrore: essere delusa delle mie scelte

Vorrei vivere in un luogo con una mentalità aperta, di ampie vedute. Sceglierei quindi Copenaghen, oppure la Svezia, in ogni caso il Nord Europa. La natura di quei territori mi attrae, così vera e incontaminata. E poi, il clima rigido mi ha sempre affascinato.

Mi vedo come una libera professionista con partita iva, specialista nel settore food and wine: vorrei approfondire l’eccellenza italiana frequentando dei corsi specifici, oppure diventare sommelier, per poi esportare queste competenze nei mercati nordici. Consigliare menu innovativi ai ristoranti, capire i bisogni dei clienti, studiare campagne personalizzate che vadano oltre i social, contribuire per creare un passaparola duraturo: cose di questo genere. Dovrò però capire come si evolverà la situazione rispetto all’intelligenza artificiale. Su questo aspetto mantengo una realistica cautela.

Riguardo al tempo libero, la scelta del Nord Europa mi tranquillizza: lì le giornate lavorative spesso finiscono alle cinque del pomeriggio. Quel sistema mi permetterebbe di avere tempo per me stessa. Punterei a uno stipendio adeguato al costo della vita nordico, sui 2.500 – 3.000 euro.

Mi immagino in un appartamento in centro città, in alto e pieno di gatti. Nessuna auto sofisticata, l’utilizzerei solo nei fine settimana: lassù i mezzi pubblici funzionano benissimo.

Se dovessi guadagnare molto bene regalerei un viaggio ai miei genitori per ripagarli dei sacrifici fatti. Potrei anche investire in un bel gioiello o un quadro. In ogni caso, qualcosa che possa acquisire valore nel tempo.

Non credo nel matrimonio. Mi piacerebbe convivere, ma a modo mio. Anzi nostro. Vorrei che io e il mio partner avessimo stanze separate, magari uno studio artistico per uno e di lettura per l’altro, per mantenere gli spazi individuali.

Due figli: il mio desiderio profondo, fin da bambina, è adottarli. È difficile, lo so. Ma meraviglioso. Non potrei stare con un partner che non condivide questa visione.

Se devo stilare le mie priorità, al primo posto metto la famiglia, intesa come i miei genitori e i miei cari. Al secondo c’è la salute mentale: se non sto bene con me stessa, non posso lavorare bene, né essere una buona compagna. Non ho paura di chiedere aiuto a uno psicologo se serve. Al terzo posto il lavoro, che spero di vivere come una passione e non come un obbligo. Infine i miei interessi, l’arte e la lettura.

Nello scenario peggiore, quello che mi terrorizza è l’idea di essermi allontanata tanto da casa per poi fallire, non riuscendo a giustificare i sacrifici fatti e svegliandomi la mattina delusa dalle mie scelte.

Probabilmente procederò per gradi: finita la triennale capirò quale magistrale o master fare, forse all’estero, e costruirò il mio percorso.

Dopo queste riflessioni mi sento sicuramente confusa, ma anche curiosa di sapere dove mi porteranno le mie scelte, chi incontrerò e soprattutto come sarò capace di rialzarmi quando inevitabilmente cadrò.

 

Interviste e foto di Giulia Ciasca